Omelia X Anniversario – 23 Agosto 2004

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Monsignor Giovanni Marra arcivescovo metropolita di Messina – Lipari – S. Lucia del Mela, archimandrita del SS. Salvatore
a cura di Mons. Giovanni Marra

Ringrazio padre Tonino Bono per l’impegno profuso in questo processo legato alla causa di beatificazione di suor Maria Alfonsa e la presidente dell’associazione “Amici di suor Maria Alfonsa”, signora Marcella Foti. Un saluto particolare lo rivolgo alla madre generale, suor Antonella Gulino, che è orgogliosa di questa ancella esemplare e che noi tutti ammiriamo. 

Sono contento di vedere tanti sacerdoti e diaconi, che concelebrano con me, oggi, il X anniversario del pio transito di suor Alfonsa. 

Resto ammirato dalla numerosa presenza di tutti voi: riconosco vari gruppi ed associazioni, non solo di Messina, ma anche di altre comunità parrocchiali della Diocesi. 

Ringrazio per la loro presenza tutte le autorità civili e militari, tra cui il presidente della Provincia, dott. Salvatore Leonardi, il presidente del consiglio comunale, dott. Umberto Bonanno, in rappresentanza del commissario straordinario del Comune di Messina, dott. Bruno Sbordone. 


Siamo oggi qui riuniti per riflettere su questa straordinaria creatura religiosa: una donna semplice, che ha vissuto nel silenzio e nel raccoglimento e che ora sembra risplendere come una stella nel cielo della sua città, oltre che nel cielo della congregazione delle Ancelle Riparatrici. 

E’ la prima volta che partecipo a questa celebrazione, sempre più partecipata, tant’è che so di altri fedeli raccolti nella Chiesa, qui, della Casa Madre, e che, ovviamente saluto.

Nella XXII domenica del tempo ordinario, abbiamo ascoltato la prima lettura, del Profeta Isaia il quale ci ricorda una delle promesse fatte dal Signore al suo popolo prediletto: i popoli di diverse lingue e nazioni si trasferiranno a Gerusalemme e renderanno gloria al Signore. Lì, faranno memoria dell’Antica Alleanza, perché noi, oggi, possiamo pronunziare l’uguaglianza e l’unità della Chiesa, la Chiesa contemporanea. E così, anche noi, vedremo i popoli di questo tempo, i cittadini delle diverse nazioni, radunarsi per riconoscere il Signore, per riconoscere innanzitutto Dio Padre, per riconoscere Suo Figlio, il Messia. Messaggeri saranno mandati nel mondo perché la gloria del Signore venga da tutti conosciuta. E chi sono i messaggeri se non i cristiani? E chi sono i messaggeri per eccellenza se non quei cristiani che, più di ogni altro, vivono ed hanno vissuto in conformità al Vangelo? E chi sono i messaggeri se non i Santi, che nella storia della Chiesa, appunto, hanno annunciato la salvezza universale, la salvezza per tutti i popoli della Terra?

La stessa lettura del Vangelo proprio questo ci ricorda. Alla domanda di quell’anonimo che dice a Gesù: <<Signore, saranno in pochi quelli che si salveranno?>>. Gesù risponde: <<Per salvarsi bisogna passare per la porta stretta!>>.

Ci conduce qui questa affermazione così importante del Vangelo di oggi, che si adatta perfettamente alla figura di suor Maria Alfonsa. Per sentirsi paladini del Regno di Dio, bisogna passare per la porta stretta. L’ampiezza del Regno di Dio è immensa e tutti sono chiamati ad entrarvi: bisogna, però, entrare dalla porta che è molto stretta e che molti non riescono a varcare. Molti pensano che attraverso altre vie possano ugualmente entrare in questo Regno di Dio, ma Gesù ci dice chiaramente che bisogna entrare dalla porta stretta. La porta stretta… e qui ci ricorda la II lettura di oggi: è la porta della correzione. Se il Signore ci corregge, diciamo meglio, se il Signore ci manda delle prove e se noi accettiamo le prove, noi riconosciamo Dio Padre, perché il Padre corregge i figli. La correzione è il segno dell’amore del padre nei confronti dei figli e, quando ci dà delle prove, significa che Dio Padre ci ama. 

Questi insegnamenti della Parola di Dio, in questa XXII domenica del tempo ordinario, ci vogliono dire che soltanto attraverso la porta stretta, la porta della sofferenza, della croce, del dolore, della malattia, si comprende chi è Dio. E suor Alfonsa ha accettato di entrare nel Regno di Dio attraverso la porta stretta della sofferenza e del dolore!


Voi conoscete la vita della Serva di Dio, una vita semplice, umile, vissuta per 57 anni, nata nel 1937 e morta il 23 agosto 1994. Una vita attraverso la quale lei ha risposto alla chiamata del Signore con la vocazione alla vita religiosa, potremo dire una vocazione alla chiamata missionaria, con la vocazione al mistero della sofferenza. Questa è stata la vita di suor Alfonsa. Non ho avuto il privilegio di conoscerla personalmente, ma ho avuto il privilegio di incontrare molte persone che l’hanno conosciuta, l’hanno avvicinata tante volte, in fondo alla chiesa, qui, della Casa Madre. Ma, soprattutto, ho conosciuto suor Alfonsa attraverso un prezioso libro di don Raimondo Frattallone, che è qui presente e che saluto e ringrazio. 

Tanto è affascinante il progredire della conoscenza di questa religiosa che, mano a mano, ha cambiato realtà profonde pur non essendo lei una donna di grande cultura; non aveva, infatti, fatto grandi studi. Era una religiosa, una brava religiosa, con una profondissima spiritualità. Aveva capito il senso della vita e, soprattutto, il senso del dolore e della sofferenza. 

Dicevo, una religiosa che, innanzitutto, ha risposto alla chiamata del Signore all’età di 19 anni. Era nata a Tarquinia (Viterbo), nel Lazio, ma è venuta subito qui, è venuta subito in Sicilia, per cui la possiamo considerare senz’altro siciliana. E’ venuta ad Augusta ed a Santa Teresa Riva: qui c’è il Sindaco che saluto.

Ecco, allora, la presenza di questa giovinetta, che a 19 anni sente la chiamata del Signore e decide, con l’aiuto del sacerdote, di scegliere la congregazione delle Ancelle Riparatrici per vivere la sua vita religiosa, per consacrare se stessa a Dio, per vivere la povertà, la castità, l’obbedienza, per inserirsi in questa azione di evangelizzazione che appartiene a tutta la Chiesa e per la quale ciascuno di noi è chiamato ad essere testimone nella vita di ogni giorno, nella società, nel lavoro, nella famiglia mentre c’è chi, invece, lo è attraverso una donazione totale e piena della propria vita al servizio della Chiesa, al servizio delle anime. Quindi entra qui, proprio in questa Casa, nel 1956, postulante per un anno, poi novizia: prende, appunto, il nome di suor Maria Alfonsa di Gesù Bambino. Nel 1960 compie la prima professione religiosa, temporanea e, presto, parte per gli Stati Uniti perché sentiva dentro di sé questa vocazione alla missione: una vocazione religiosa missionaria. Immagino con quanto entusiasmo ma anche con quanta sofferenza sia partita, lasciando i parenti, i familiari, i propri cari: partire per l’America era come partire per terre davvero lontane! Ma lei poteva dare un contributo all’evangelizzazione in quel tempo, mettendosi al servizio di quella comunità nella quale era stata inserita e lì è progredita nella fede, è progredita nella scelta religiosa e, nel 1964, in quel paese dello stato dell’Ohio, ha potuto pronunciare la sua professione definitiva, perpetua, consacrandosi per sempre al Signore. Tuttavia, nello stesso tempo, era cominciata la malattia, quella malattia tremenda che è chiamata artrite reumatoide, con conseguenze su tutti gli arti, in modo particolare gli arti inferiori. E’ rimasta lì fino al 1968, con la speranza che, forse, potesse guarire, ma, visto che non era possibile, è rientrata in Italia: qui tutte le cure sono state fatte. Nei giorni della sua vita ha visitato tutti gli ospedali della città. E’ andata a finire perfino a Genova, in un ospedale specializzato, dove tutto è stato fatto perché questa giovane religiosa potesse riprendere il suo cammino, potesse ridiventare utile in qualche cosa. Ma il Signore aveva un grande disegno per lei e lei l’ha capito. Credo che l’abbia capito ancor di più dopo i pellegrinaggi fatti a Loreto, a Lourdes ed a Fatima; ha capito che il Signore voleva da lei che desse testimonianza della sofferenza. Questo era il disegno preparato per suor Maria Alfonsa di Gesù Bambino, che io chiamerei suor Alfonsa della Croce, perché in una delle prime fotografie di lei vestita da novizia, la si trova con un grande crocifisso in mano. E vedendo questa foto, ho pensato “è un presagio, è un segno che la sua vita di religiosa sarebbe stata segnata fortemente dalla sofferenza, dalla croce”. Ecco, leggendo il libro di don Frattallone, mi hanno colpito in modo particolare, due testi, scritti di pugno da suor Alfonsa, la quale amava scrivere, amava trasmettere anche per iscritto quello che sentiva profondamente: l’amore di Dio, per Gesù, per il Signore, per il suo Sposo, per l’Eucaristia, segno di fede, di speranza, di carità. Attraverso le sue lettere, le sue memorie, i suoi scritti, ha cercato di trasmettere la sua spiritualità. Ma due scritti, in modo particolare, mi hanno colpito. Oggi vorrei proprio ricordarli nel X anniversario del suo ritorno alla casa del Padre. 


Il primo scritto da lei intitolato “Il Credo del dolore”. Già avendo dato questo titolo, significa che lei aveva capito come il dolore nella vita ci sia e l’abbia accettato. Noi non cerchiamo il dolore, non cerchiamo la sofferenza, non cerchiamo le difficoltà, ma tutti, in un modo o nell’altro, viviamo nella sofferenza, nelle difficoltà, nella malattia e nel dolore che circonda la nostra vita e che possiamo trasfigurare, possiamo trasformare in un momento di elevazione spirituale, com’è accaduto per suor Alfonsa, in strumento di salvezza.

<<Credo al dolore come dono di Dio.
Credo al suo immenso valore, perché Gesù stesso lo ha usato
come sublime atto di amore e di riparazione.
Credo al dolore accettato, come mezzo di salvezza e di santificazione per sé e per gli altri.
Credo al dolore, profumato dall’incenso della preghiera, che apre i cieli e consola il cuore di Dio.
Credo al dolore, come arma potente per l’apostolato.
Credo al dolore, vissuto con amore per ottenere grazie.
Credo al dolore, offerto con quello di Cristo, col sorriso sulle labbra…
Ha la potenza di fare scendere sulla terra una rugiada salutare per le anime vicine e lontane…
Credo al dolore che matura e fa crescere l’anima in sapienza e luce.
Credo alla potenza del dolore che fa vivere l’anima in continua umiltà e annientamento.
Credo al dolore, come crescita di amore e donazione a Dio e ai fratelli.
Credo al dolore, come mezzo per distaccarci da tutto ciò che dice terra
e fa vivere nella beata attesa del cielo.
Credo al dolore, che fa vivere in buona amicizia con sorella morte.
Credo al dolore, come potente arma per disarmarci nei tanti contrasti e spine della vita,
perché ci fa pensare:
“Tanto, ci starò così poco sulla terra!”
Amen. Alleluia!>>

Vorrei trovarmi in questo momento lì, in fondo alla Chiesa, accanto alla tomba del Fondatore, il Servo di Dio mons. Antonino Celona, che immagino sempre riflettere sul carisma della Riparazione. 

E il carisma della Riparazione passa attraverso la sofferenza, passa attraverso il dolore, perché il grande riparatore è Cristo, e Cristo, attraverso la croce, ha redento il mondo, ha salvato il mondo ed ha reso a Dio Padre quello che doveva rendere per la salvezza di ciascuno di noi. 

Vedo suor Alfonsa lì, accanto al suo Padre Fondatore, e la sento dire proprio queste parole: <<Credo nel dolore come dono di Dio>>. Il dolore lei lo sentiva come un dono prezioso per la sua vita, un dono prezioso, in particolare, per la sua santificazione, ma anche per la santificazione delle anime. Allo stesso modo accade per colui che soffre e che offre al Signore le proprie sofferenze, che, come suor Alfonsa, le ha sapute offrire in ogni istante della sua vita. 

Credo nel dolore che è sorriso d’amore ed è Gesù Cristo che ha dimostrato come il sacrificio della croce e tutte quelle sofferenze che ha patito hanno avuto il grande valore di redimere l’umanità, di redimere ciascuno di noi. Non è stato un dolore vano, non è stato un dolore inutile, una sofferenza inutile. 

Certamente, credo che il dolore lei l’abbia accettato e, suor Alfonsa ci dà questa testimonianza stupenda, di accettare questo dono, dicendo al Signore che il grande dolore è giusto in se stesso. 

Ma, soprattutto, quando questo dono, che è il dolore, è consumato nella preghiera, lei ci insegna a pregare. Quando questa suora pregava e qualcuno le si avvicinava, lei lo sosteneva con il suo sorriso, mostrando la propria sofferenza ma non col segno del dolore, bensì con il sorriso, e lei incoraggiava che le si avvicinava e magari le confidava un dolore, una sofferenza. 

Dolore accettato, dolore profumato dalla preghiera, dolore come mezzo di santificazione. Del resto noi lo vediamo nei martiri, che per primi hanno fatto opera di accettazione con la loro sofferenza. Ciò significa che il loro martirio, la loro sofferenza, sono serviti a far germogliare altri cristiani. Si cercava di spegnere i cristiani, di uccidere i cristiani ma, dal sangue di questi martiri, sono fioriti decine e decine, centinaia e centinaia di cristiani. 

<<Credo nel dolore offerto e unito a quello di Cristo>>: non c’è dubbio che sia necessario unirlo a quello di Cristo, alle sofferenza di Cristo e, solo quando lo uniamo a quello di Cristo sulla croce, in nostro dolore assume un significato estremo, grande, immenso, infinito. In un certo qual modo partecipa dello stesso dolore e sacrificio di Cristo, perché il dolore ci avvicina al significato della croce, perché ci fa amare la croce. Ci fa capire che se Cristo ha patito per noi, anche noi possiamo patire per la nostra redenzione e per la redenzione del mondo e, soprattutto, per riparare il male che esiste nel mondo e che non si spegne mai. E allora il dolore ci invita ad essere umili, perché ognuno di noi nel dolore vede la propria pochezza perché ha bisogno degli altri. 

Il dolore, dice suor Alfonsa, ci distacca dalla terra e ci fa vivere nella beata attesa del cielo. E lì, su quella sedia a rotelle, attendeva con gioia l’incontro con il Signore, incontro che certamente è avvenuto perché il Signore non può non averla premiata per questa vita vissuta con tanto coraggio, tanto amore, con tanta dedizione… amore per il Signore, amore per la Chiesa, amore per le anime. 

E poi, ancora, credo al dolore per vivere in amicizia con sorella morte, perché il dolore ci insegna a capire che la nostra vita è un passaggio. Noi non siamo qui in eterno, eppure viviamo come se non dovessimo mai morire e quando passiamo, invece, attraverso momenti di malattia, pensiamo in quel momento che potremmo morire… ma questo momento non deve atterrirci. Deve farci capire, comprendere che noi siamo chiamati in un’altra vita e il nostro cuore è inquieto finché non raggiungiamo quella città eterna per la quale noi siamo stati chiamati. Ecco, questo “Credo del dolore” si conclude con la parola base della preghiera, Amen, Alleluia, proprio in modo gioioso. Ecco la figura di suor Alfonsa. Chi ha la possibilità di leggere, di meditare frase per frase, scopre una grande ricchezza, scopre un conforto per la propria vita ed accetteremo che la sofferenza ci accompagni nel cammino della nostra vita. 


L’altro documento che vorrei ricordare e poi vado a concludere, è l’Atto di offerta della sua morte: lei, non aveva paura della morte! Il vero cristiano non ha paura della morte. Il mondo di oggi cerca di risollevare il pensiero della morte, guarda alla vita, alla giovinezza, alla bellezza, alla forza, alla potenza, ma quando si tratta di morte, bisogna chiudere presto, non parliamo di queste cose! Suor Alfonsa mette sempre innanzi a sé quello che doveva essere il passaggio, il passaggio da questa vita terrena, da questa valle di lacrime, chiamiamola pure così, a quella che è invece la prospettiva di una vita che non finisce mai, la vita eterna, una vita nella luce di Dio. 

Ha voluto scrivere questa offerta del suo amore, prefiggendosi questo: <<Ti offro l’ora, il tempo, il luogo, il modo come io devo morire e che non so!>>. Quindi, si affida in modo ammirabile, si offre al Signore secondo la Parola di Dio, secondo come accadrà. E poi dice: <<Ho visto la Tua morte, Signore, ecco la tua croce, la tua morte di croce>>, cioè, dire morire attraverso il compimento di quella sofferenza, di quella croce che lei ha portato lungo tutto l’arco della sua vita, possiamo dire, per 26 anni della sua vita. Per anni importanti ha portato questa croce della malattia, della sofferenza. 

<<E mi abbandono alla tua volontà, o Padre, come tu, Gesù, ti sei abbandonato lì quando stavi per morire sulla croce>><<Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito>>… e ancora: <<Offro la mia vita in olocausto di amore e di riparazione per la tua gloria>>. Ecco, si offre in olocausto e riparazione. E qui tutto il carisma di padre Celona riemerge in modo stupendo nella vita di questa ancella, che ha saputo incarnare nel sacrificio, nella sofferenza, nella parola croce, nel dire “abbracciata alla croce”, il senso del carisma della Riparazione. Questo carisma che è sempre più attuale per riparare ai tanti mali del mondo, mali che compiamo noi e che compie il mondo intero. 

Ecco, e come ai piedi della croce c’era sua Madre, voleva che accanto a lei, nel momento della sua morte ci fosse anche sua Madre, Maria, che l’accompagnasse. Tutta la sua vita è stata accompagnata dalla preghiera mariana, dalla devozione mariana. 

E certamente due sono state le fonti più grandi della sua vocazione spirituale: l’Eucaristia innanzi tutto, il suo pane quotidiano, di cui si voleva cibare e si è cibata fino all’ultimo momento. Se ben ricordo, è stato proprio padre Tonino che ha consegnato per ultimo l’Eucaristia a suor Alfonsa, sul letto di morte. Altra fonte importante è stata la devozione mariana, per Maria, la madre di Gesù. 

Queste due fonti aiutano il cristiano ad affrontare la vita e, perché no, ad affrontare la morte. Credo che dobbiamo essere grati a questa sorella, per questa stupenda testimonianza di amore per la croce, che aiuta ciascuno di noi. 


Certamente, oggi, c’è un cammino, un cammino che la Chiesa sta portando avanti per la sua beatificazione se così piacerà, un cammino che è un lavoro intenso che si sta svolgendo. Anzi, so che le spoglie mortali, si spera presto, possano essere collocate accanto al fondatore mons. Antonino Celona, nella vicinanza del luogo dove lei ha svolto il suo utilissimo ministero di religiosa, attraverso la preghiera, la testimonianza di amore a Cristo, di amore per la croce. Ma c’è anche questo iter di canonizzazione che attualmente è a livello diocesano, attraverso l’opera di tanti che stanno lavorando e non solo interrogando i testimoni della città di Messina, ma interrogando i testimoni di altre parti del mondo, in modo particolare negli Stati Uniti d’America: sono io, infatti, a firmare la richiesta di queste testimonianze e, quindi, sono a conoscenza diretta del grande lavoro che si sta compiendo e delle meravigliose testimonianze che si stanno raccogliendo a proposito di questa sorella che ha donato la vita al Signore e che oggi, noi tutti, sentiamo vicina. Anzi, la guardiamo, la viviamo e speriamo che, un giorno, quell’aureola che viene posta sul capo dei Santi, possa risplendere su di lei. 

Certamente si aspetterà domani quella che sarà la decisione della Chiesa, che non è facile, che è lunga, ma si sente la voce del popolo e si vede tanta gente che ha compreso la vita cristiana di questa ancella, perché la gente ha intuito la santità di questa ancella. 

Noi già, nel nostro cuore, la sentiamo santa, Amen!

Messina, 21 Agosto 2004

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