Omelia VIII Anniversario – 23 Agosto 2002

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Monsignor Vittorio Mondello arcivescovo metropolita di Reggio Calabria – Bova
a cura di MONSIGNOR VITTORIO MONDELLO

E’ con grande piacere che ho accolto l’invito a presiedere questa concelebrazione nell’ottavo anniversario della morte di suor Maria Alfonsa. 

E’ stato un piacere perché il ricordo di questa “suorina” è rimasto sempre impresso nella mia mente, sin dai primi incontri avvenuti a sant’Orsola ai tempi della mia giovinezza presbiterale. In fondo eravamo coetanei, dato che suor Maria Alfonsa era più grande di me di 6 mesi ed 11 giorni. 

Allora venivo a Casa Madre come vice cappellano di mons. Foti, celebravo la S. Messa delle 11 ogni domenica e poi mi intrattenevo con i ragazzi, insieme a suor Nunziatina ed allo stesso mons. Foti, fino all’ora di pranzo. In quei primi anni suor Maria Alfonsa ancora non c’era: infatti, arrivò dall’America nel 1968, già ammalata. 

Mi accorsi di questa suora in carrozzella una domenica, e provai tanto disagio perché era tanto giovane, eppure tanto segnata nella sua umanità. Non volevo avvicinarmi per non disturbarla, per non farle pesare ancor più il suo handicap, per non umiliarla, in un certo senso, ma le cose che subito mi colpirono furono proprio la sua serenità ed il suo sorriso, che fino ad oggi mi sono sempre rimasti impressi. 

E quel suo sorriso mi fece riflettere molto. Mi chiedevo, infatti, come questa suora, imprigionata in una carrozzella, potesse essere così serena e mai lamentarsi di niente. 

Questo mi aiutò ad avvicinarla, a familiarizzare ed anche a scherzare un po’ con lei, magari con qualche frase in inglese, io che l’inglese non lo parlo. Mi ricordo che quando lei rispondeva, la interrompevo subito, facendole immediatamente capire che il mio inglese si riduceva a ben poche parole, parole che già avevo sprecato e oltre non conoscevo! E lei sorrideva, felice!

Quanto vissuto in quei momenti, mi portò a riflettere molto su quel sorriso, su quella serenità, ed una cosa capii, che lei, certamente, era “un’Ancella Riparatrice”. E quella sua serenità, quel suo sorriso, dipendevano proprio dal carisma del suo fondatore, che lei voleva vivere in tutta pienezza e che, senza alcun dubbio, possiamo oggi dire a tutti, che suor Maria Alfonsa così lo ha vissuto, ha vissuto in totale pienezza il Carisma della Riparazione. 

Ma cos’è la Riparazione?

Quando noi rompiamo qualcosa, cerchiamo di ripararla; ci affanniamo nel tentativo di ripararla, magari utilizzando colle speciali, finché non rimettiamo insieme l’oggetto rotto. Ma rapportando tutto questo alla nostra umanità, possiamo certamente dire che queste riparazioni non sono possibili. I cocci rotti siamo proprio noi e non cose fuori di noi. Siamo noi che, rompendo l’amicizia con Dio e la comunione con i fratelli, abbiamo rotto anche quell’unità che c’è dentro il nostro essere e queste rotture, dovute al peccato, al peccato originale, sono insanabili. Non abbiamo nessuno strumento, per così dire “umano”, in grado di incollare noi i cocci. Il riparatore è uno solo, Dio!

L’uomo nulla può riparare! Potrà magari rimettere insieme i suoi oggetti, ma mai se stesso. Dio soltanto è colui che può risanare le fratture, o meglio “riparare l’umanità frantumata”. E lo ha fatto mandando il suo Figlio e lo Spirito Santo. Così ha riparato questa umanità!

Ma cosa vuol dire “Dio ha riparato questa umanità”? Qual’è lo strumento di questa Riparazione?

Scorrendo il Vangelo trovo che il Figlio, mandato dal Padre, viene messo in croce e muore per salvare l’umanità. Ma allora la Riparazione non è altro che la morte e risurrezione di Cristo? E’ proprio questo il segno della Riparazione o c’è qualcos’altro da cui scaturisce veramente la Riparazione?

Questo “qualcos’altro” è Dio stesso, l’Amore, il Suo Amore! Io preferisco dire che Dio Amore non ha voluto lasciare gli uomini nella propria condizione di sofferenza, nella propria frantumazione, ma ha voluto partecipare agli uomini questo Suo Amore prima creando, poi redimendo. Solo partecipando questo Suo Amore poteva permettere all’uomo di recuperare se stesso e ciò solo attraverso l’accettazione di quell’amore!

La Riparazione non può quindi ridursi ad un mero atto d’offerta fatta a Dio, e cioè il sacrificio di Cristo. Come se Dio Padre avesse bisogno della morte in croce del suo Figlio per calmare le proprie ire! Non è questa l’interpretazione della passione e morte di Cristo, ma è quello stesso significato che Gesù Cristo le ha dato: “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici!”. Ed io aggiungerei: “Specialmente per i propri nemici!”.

Gesù, con quella morte e risurrezione, non ha fatto altro che mostrare a tutti gli uomini, visibilmente, l’Amore del Padre e dare loro la possibilità di partecipare a quest’opera di riparazione, di redenzione, che è l’opera di salvezza compiuta da Cristo attraverso il proprio sacrificio sulla croce. 

Ma in cosa consiste la nostra partecipazione?

Abbiamo detto che Dio solo può riparare i nostri peccati; eppure, comunicandoci il suo Amore, nel momento in cui noi lo accettiamo, lo accogliamo e quindi lo viviamo; Dio ci permette di poter diventare corredentori, cooperatori della sua opera di redenzione. 

Ecco, io credo che in suor Maria Alfonsa ci fosse proprio questa certezza. E’ solo questa piena accoglienza dell’amore di Dio che le ha permesso di vivere il proprio sacrificio alla luce di questo stesso amore, riflettendo, manifestando, partecipando agli altri, attraverso la serenità della sua vita, il suo sorriso e la sua costante preghiera, il Dio Amore. In questa prospettiva, allora, i sacrifici non vengono accolti per amore e offerti a Dio, ma è il sacrificio stesso che diventa il segno dell’amore. Nel sacrificio il cristiano deve vedere la manifestazione dell’amore che egli può donare a Dio e che può partecipare ai fratelli. Non sono due cose distinte! Io amo e poi, proprio perché amo, accetto i sacrifici. Ecco quindi come si manifesta il modo di amare del cristiano: “Saper vivere nella gioia anche i momenti di dolore e di sacrificio”.

Oggi noi sappiamo che una delle difficoltà maggiori dell’accettare Cristo o dell’accettare Dio può concretizzarsi in questo pensiero: “Come può un Dio buono, un Dio Padre, permettere tanti dolori e tanti sacrifici nel mondo?”

La risposta ci è data dal significato stesso dell’Amore pieno che solo da Dio viene e da Lui stesso è stato indicato attraverso Cristo, ovvero dall’Amore oltre ogni limite. 

Dio ci ha partecipato il suo amore proprio attraverso la morte e la resurrezione del Figlio. Ma il sacrificio non è voluto come tale, bensì come atto di amore per il bene dell’umanità. Noi non avremmo avuto nessuna possibilità di collaborare con Dio all’opera di salvezza se Lui stesso non ci avesse dato questo potere d’Amore. 

Offrendoci gratuitamente la capacità di amare che avevamo perduto nell’esperienza del peccato, Dio ci ha consentito di partecipare alle proprie sofferenze ed a quelle del Figlio, facendoci così partecipare all’opera di redenzione per il bene di tutta l’umanità.

Ed allora, in questa prospettiva, tutto ha un senso, carissimi fratelli. Ecco, quindi, che anche la Santità assume un significato esclusivo. Pensiamo per un attimo all’esperienza di vita di coloro che già santi sono. Guardiamo a padre Pio, oggi san Pio, la cui vita è stata un continuo martirio, un continuo sacrificio, un continuo offrirsi a Dio. Ma volgiamo il nostro sguardo anche a suor Maria Alfonsa ed ai suoi ventuno anni in carrozzella. 

Questi “comuni mortali” sono coloro che hanno collaborato più di tutti, con la loro vita, a quest’opera di Amore. Noi, che ci sentiamo santi, che ci consideriamo arrivati, che ci crediamo fortemente impegnati a lavorare, a fare programmi e chissà cos’altro, spesso dimentichiamo che è Dio che lavora, che è Lui che permette il cammino, spesso difficoltoso, della Sua Chiesa, dei singoli cristiani e della intera comunità cristiana, lungo la via ripida della santità.

Il nostro compito è accogliere l’Amore di Dio, viverlo e testimoniarlo. Null’altro serve all’umanità che vive questi tempi!

Con questo, non voglio certamente dire che, da adesso, tutti gli impegni pastorali vadano messi da parte e non lavorare più, ma sforzarci di comprendere che anche l’impegno pastorale è un atto di amore, anzi, direi, che ne è una delle espressioni più belle, perché è il mezzo attraverso il quale aiutiamo i nostri fratelli ad incontrare Cristo, a fare esperienza di Lui, a vivere nel Suo Amore ed a testimoniarlo. 

Possiamo ora capire, in questo contesto, come suor Maria Alfonsa abbia lavorato, come la sua vita non sia stata “inutile”, un peso per l’umanità, sopportato per ventuno lunghi anni perché non rendeva nulla. Non saremmo cristiani se la pensassimo così. 

Questa piccola ma grande suorina con la sua sofferenza accolta con amore e con lo stesso amore manifestata a Cristo e ai fratelli, ha aiutato molti, moltissimi fratelli ad incontrare veramente Cristo. Ha aiutato tanti fratelli a rivedere ed a dare un nuovo significato alla propria vita ed ai propri impegni. 

Ci sono tanti che si sentono sani, ma, in realtà, sono questi ad essere i più malati! Non sono la sanità fisica o l’aspetto esteriore che contano nella via della santità. Ciò che conta veramente, e lo ripeto ancora, è accogliere l’amore di Dio, perché solo questo può dare un senso pieno alla nostra vita, qualunque sia la situazione familiare ed ambientale nella quale ci troviamo. 

Ed è questo che ci colpisce di suor Maria Alfonsa, vale a dire la bellezza della sua vita donata, sacrificata, ma non nella tristezza, nella musoneria, bensì nella gioia di vivere, nella gioia di chi ha gustato veramente l’amore di Dio, di chi veramente si sente interamente ed intimamente coinvolto dall’amore di Dio, di chi si vede impegnato, senza limiti, a testimoniare questo amore. 

Siamo all’inizio del III millennio dell’era cristiana e proprio queste testimonianze di uomini, come padre Pio, dicevo all’inizio, o suor Maria Alfonsa o altri ancora chiamati alla santità, costituiscono quei modelli di vita che ci fanno comprendere quale debba essere il compito di noi cristiani se vogliamo rievangelizzare la società nella quale viviamo, così scristianizzata. “Rievangelizzare” non vuol dire far diventare nuovamente cristiani quelli che non lo sono più, no! Vuol dire “annunziare in modo autentico il Vangelo”, far conoscere il Cristo vero, che non è quello che noi ci costruiamo a seconda delle nostre esigenze e necessità, quello al quale ci rivolgiamo nel bisogno o contro il quale ci rivolgiamo quando le cose non vanno secondo i nostri piani, ma è il presentare questo Cristo autentico che rende visibile la presenza dell’amore del Padre, perché, chi redime il mondo è solo Dio, il Dio Amore, che ci permette di collaborare alla sua opera solo nella misura in cui sapremo accogliere questo amore e testimoniarlo. 

Questi tempi dalla Chiesa non hanno bisogno d’altro, non chiedono altro se non una testimonianza di autentico amore, perché attraverso ciò gli uomini possano conoscere il Cristo vero, seguirlo ed ottenere la salvezza!

Ci auguriamo che la causa di beatificazione di suor Maria Alfonsa possa procedere celermente, perché vederla sugli altari non sarà solo gloria per la congregazione delle Ancelle Riparatrici, per lo stesso Padre fondatore, di cui ne è espressione e per la Chiesa messinese tutta, ma sarà gioia e gloria per la Chiesa universale. 

Messina, 23 Agosto 2002

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