L’Osservatore Romano – 23 Agosto 2002

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Monsignor Francesco Sgalambro vescovo di Cefalù

a cura di MONSIGNOR FRANCESCO SGALAMBRO

LA SANTITA’, PROGETTO DI DIO

Nel tracciare alla Chiesa le linee portanti dell’evangelizzazione e della pastorale per il Terzo Millennio dell’era cristiana, Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, scritta a conclusione del grande Giubileo del 2000, ha individuato nella santità “la dimensione che meglio esprime il mistero della Chiesa. Messaggio eloquente che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il volto di Cristo” (NMI, 7).

Nella stessa lettera il Papa scrive che “la prospettiva in cui deve porsi il cammino pastorale è quella della santità” (NMI, 30), nella rinnovata consapevolezza, per altro evidenziata nella costituzione dogmatica del Vaticano II Lumen Gentium, sulla “vocazione universale alla santità” da parte di tutti i battezzati. Non è la prima volta che il Sommo Pontefice, Giovanni Paolo II, fa questo richiamo alla santità. Per esempio nell’Esortazione apostolica post-sinodale “Vita Consecrata” (25 Marzo 1996) aveva scritto che “un rinnovato impegno alla santità da parte delle persone consacrate è oggi più che mai necessario anche per favorire e sostenere la tensione di ogni cristiano verso la perfezione” (VC, 39).

Ma già l’apostolo Paolo aveva così avvertito i Tessalonicesi: “questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts. 4,3).

Nell’Apocalisse ci vien detto che cantare la santità di Dio è l’occupazione dei beati in cielo: “Santo, Santo, Santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!” (Ap. 4,8).

Perché tanta insistenza? Il perché dei continui richiami alla santità si spiega con il fatto che essa non è un’optional o un fatto marginale nella vita del credente, ma è una dimensione costitutiva del suo essere. La santità non è un progetto umano, ma divino. Ad esigerla non è tanto l’uomo quanto piuttosto Dio stesso e con Lui la Chiesa. E’ Dio che chiama tutti alla santità ed assegna come modello la sua stessa santità e dà la grazia in sovrabbondanza per conseguirla. Rileggiamo il passo del Levitico: “il Signore disse a Mosé: parla a tutta la comunità degli israeliti e ordina loro: Siate santi, perché Io, il Signore Dio vostro, sono Santo” e ascoltiamo l’esortazione di Gesù: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro Celeste”.

Solo con questa premessa è possibile leggere e capire il senso ecclesiologico e pastorale delle ormai numerosissime beatificazioni e canonizzazioni che hanno scandito il pontificato di questo Pontefice “venuto da un Paese lontano”.

Tra i possibili candidati che potrebbero essere iscritti nell’affollato albo dei canonizzati, c’è anche una suora della congregazione delle Ancelle Riparatrici del SS. Cuore di Gesù della Chiesa locale di Messina, dove ho svolto il mio ministero episcopale in qualità di vescovo ausiliare, l’umile e gioiosa suor Maria Alfonsa di Gesù Bambino, per la quale circa 13 mesi or sono mons. Giovanni Marra aveva chiesto alla competente Congregazione romana delle Cause dei Santi il nulla osta per l’apertura del processo informativo diocesano. I maturati tempi tecnici danno al Pastore di quella Chiesa la gioia, durante la sua visita pastorale all’arcidiocesi di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela, di avviare con fiducia e speranza anche questa iniziativa del processo canonico. La Serva di Dio suor Maria Alfonsa presenta una vena di forte spiritualità riparatrice che, non di rado, sfiora il misticismo e possiede i connotati per collocarsi nell’oggi della Chiesa come “profezia dell’avvenire”, per usare ancora un’espressione della Novo Millennio Ineunte (NMI, 3).

Suor Maria Alfonsa si è distinta in particolare per la sua oblativa generosità, per il suo ardente innamoramento dello Sposo Celeste, per il suo continuo spirito di preghiera, per la sua costante dedizione al bene delle anime, per aver celebrato con la vita l’ineffabile apprezzamento della carità riparatrice, per la vocazione al dolore che la spinse ad affermare: “Credo al dolore come dono di Dio. Credo al suo immenso valore, perché Gesù stesso lo ha usato come sublime atto di amore e di riparazione. Credo al dolore accettato, come mezzo di salvezza e di santificazione per sé e per gli altri. Credo al dolore, profumato dall’incenso della preghiera, che apre i cieli e consola il Cuore di Dio. Credo al dolore, come arma potente per l’apostolato. Credo al dolore, vissuto con amore per ottenere grazie. Credo al dolore, offerto con quello di Cristo, col sorriso sulle labbra… Ha la potenza di fare scendere sulla terra una rugiada salutare per le anime vicine e lontane…”.

La Chiesa di Messina, Lipari e S. Lucia del Mela, gioisce e ringrazia il Signore, ed io mi unisco a questo inno di benedizione al Datore di ogni vocazione e santità, perché potrà essere arricchita da un nuovo modello di vita evangelica a cui ispirarsi e, nel tempo, offrire a tutti una testimonianza documentata di quelli che sono i valori autentici legati alle esigente immutabili della sequela Christi, incarnati con chiara fedeltà da suor Maria Alfonsa. Additando l’esempio di questa esemplare religiosa, è la Chiesa tutta che attende un beneficio dal Signore per Messina: un effluvio di grazie per un sano rinnovamento interiore in generale ed in particolare per gli istituti di vita consacrata e per la congregazione delle Ancelle Riparatrici, la quale, proprio quest’anno, commemora il 50° anniversario della morte del suo fondatore, il Servo di Dio mons. Antonino Celona, padre della Riparazione, che ha amato la sua Chiesa locale con la testimonianza delle sue singolari virtù.

Auspico che il cammino che si sta intraprendendo ci faccia sperimentare un felice esito.

Cefalù (PA), 8 Maggio 2002

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