Omelia XX Anniversario – 23 Agosto 2014

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S.E.R. Mons. Vittorio Luigi Mondello
Arcivescovo emerito di Reggio Calabria (Bova)

Omelia a cura di S.E.R. Mons. Vittorio Luigi Mondello

Sono particolarmente grato alla Madre Generale che ha voluto invitarmi a partecipare a questa celebrazione in ricordo dei venti anni trascorsi dalla morte di suor M. Alfonsa. 

Per me è commovente, confesso, poter tornare ancora una volta in questo istituto, poter ancora una volta ricordare questa suora perché, un’altra volta sono stato qui, per lo stesso motivo, ma tanti anni fa. Era morta da poco, ma ho avuto la fortuna di poterla conoscere negli ultimi anni della sua vita. Quando ero un giovane prete e coprivo il ruolo di vice cappellano in questo istituto, allora era cappellano Mons. Foti, carissimo amico, io ero il vice: venivo a dir la messa ogni domenica, alle undici, quando c’erano i ragazzi del catechismo, guidati amabilmente, da suor Nunziatina e dopo la messa ci fermavamo per la catechesi, il catechismo ed anche a giocare. 

In quei giorni, quando entravo in chiesa, vedevo una suorina sulla carrozzella, ci salutavamo ed io andavo avanti ma quello che impressionava era, veramente, il suo sorriso: un sorriso, che non faceva presupporre alcun sacrificio da sopportare, invece la sua situazione di malattia, come ci ricordava la Madre Generale era una situazione, veramente, di sacrificio. 

Ma di questa suora io ho questi ricordi e non ho molta conoscenza, perché sono ricordi di momenti passeggeri. Non abbiamo mai dialogato, discusso insieme, non c’era il tempo, né potevo andare a trovarla, lì dove stava, nella sua camera, ma ho capito che era un’anima di Dio, che sapeva cogliere, sapeva accettare la sofferenza e sapeva esprimersi, veramente, nell’umiltà della sua vita, senza pretese, ringraziando anche le suore che, amabilmente la aiutavano nella sua situazione di indigenza. 

Credo che proprio la figura di questa suora, della quale, speriamo, possa giungere presto a buon fine la causa di beatificazione e questa sera preghiamo anche per questa ragione, la vita di questa suora, dicevo, può essere per noi un esempio meraviglioso, un’attuazione pratica di quanto ci ha suggerito il concilio del Vaticano II, in quel bellissimo documento che è: la Lumen Gentium, il documento sulla chiesa, che incomincia con le parole: “Cristo, luce delle genti”. E’ un documento nel quale si parla della vocazione universale alla santità ma stranamente, questo capitolo non è posto all’interno del documento secondo una logica apparente. 

Sappiamo che, la Lumen Gentium è composta da otto capitoli, il primo parla della natura della chiesa e ci dice che un popolo è radunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; il secondo capitolo ci dice che questa unità è intima: se nel primo capitolo si parla della figura della chiesa, il secondo capitolo presenta questa figura, diremo principe che è il popolo di Dio; dal terzo capitolo in poi si parla dei membri; questa comunità, questo popolo di Dio le varie categorie in ordine gerarchico sono descritte nel capitolo terzo. Il laicato è presente nel capitolo quarto. A questo punto il lettore si aspetta il capitolo quinto: la vita religiosa, i religiosi. E invece no! All’interno del capitolo quinto troviamo: universale vocazione della santità. Il capitolo sui religiosi lo troveremo dopo il capitolo sesto.

I padri del Concilio hanno sbagliato i calcoli? No, invece hanno fatto un calcolo preciso!

Per smontare una mentalità, anche non so se ci siamo riusciti in realtà. Non so se veramente, ancora oggi la mentalità che c’era prima del concilio sia ancora predominante. Secondo la mentalità pre-conciliare solo i preti e i religiosi potevano diventar santi. I laici non potevano farlo, erano cristiani di seconda categoria. Se il Concilio avesse messo il capitolo sull’universale chiamata alla santità subito dopo il capitolo dei religiosi, avrebbe confermato questa mentalità: che solo i religiosi possono aspirare alla santità. 

Invece il Concilio ci ha ricordato che tutti, in virtù del battesimo, in quanto cristiani, siamo chiamati alla santità, evidentemente, non perché siamo capaci di diventar santi ma perché proprio nel battesimo il Signore rinnova la nostra natura, ci fa figli di Dio, ci dona la grazia per poter rispondere al suo amore. Chi risponde, diventa santo; chi non risponde, colpa sua, non può diventar santo. Ma chi è cristiano non può dire: io non voglio diventar santo! Sarebbe come dire: io non voglio essere cristiano! Il diventar santo non è un momento di orgoglio: eh, io chi sono, che voglio diventar santo. No! E’ Dio che ci fa diventar santi, noi dobbiamo rispondere all’amore di Dio per crescere in questo amore fino alla vita eterna. 

La santità, come ci viene presentata dal Concilio non consiste nel fare miracoli, grandi opere, grandi istituti per anziani, per ragazze madri, per portatori di handicap, ma consiste nell’amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stesso. 

Ma non solo nel dirlo, ma nel farlo proprio, nell’impegnarsi ad amare Dio con la propria vita, amare Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come se stessi.

In questa suorina, suor M. Alfonsa il suo sorriso mi ricorda proprio la sua umiltà, la sua semplicità, il suo cammino, che senza fare opere straordinarie, ha saputo amare Cristo e testimoniarlo, anche senza poter camminare, testimoniando con il suo sorriso, con la sua sofferenza, con la sua carrozzella. Questa umiltà che oggi è tanto disprezzata, che è una virtù non ben compresa. Oggi si dice che molti cristiani non la conoscono, anzi, addirittura la combattono questa virtù, perché la mentalità dominante oggi, è quella del superuomo, è quella della filosofia atea, che vuole elevare l’uomo uccidendo Dio perché Dio impedisce all’uomo di essere veramente uomo. A che cosa ha portato questa mentalità?

All’eccidio nella seconda guerra mondiale, al razzismo, all’uccisione dei fratelli, milioni di persone, nei gulag, nei campi di concentramento, massacrati nei forni proprio perché doveva dominare la persona che è potente, capace di dominare il mondo. Spesso anche i cristiani dimenticano il significato della virtù dell’umanità. L’umanità non vuol dire essere quelli che non si è, non avere doni meravigliosi da parte di Dio, non riconoscere le qualità, i doni che il Signore ci ha dato. L’umanità è verità, riconoscere che si è umili, solo quando ci si fa piccoli per amore degli altri. L’umanità è la molla che porta alla resurrezione dell’uomo! Che porta l’uomo a saper amare!

Abbiamo detto che l’amore è il fondamento della vita cristiana, che l’amore è di Dio, che è amore del prossimo, ma non ci può essere amore senza umiltà, né amore di Dio, né amore del prossimo. 

Sono intimamente legati umiltà e carità: San Francesco di Sales, nella sua XXIV esortazione, dice praticamente così: umiltà e amore non possono essere divisi. 

Se non c’è l’umiltà non c’è neanche amore e quanto più l’amore cresce tanto più l’umiltà cresce e tanto più cresce l’umiltà, tanto più cresce l’amore! E’ come l’amore di Dio e del prossimo, continua questo santo, quanto più si ama Dio, tanto più si amerà il prossimo, quanto meno si ama Dio, tanto meno si ama il prossimo. 

Ed è questa virtù che Dio ha sempre esercitato. Dio non poteva aspirare a cose più alte di Lui, non esistono, se è Dio, non ci sono cose più alte di Lui. 

Quando Lui è intervenuto si è umiliato, nella creazione, Dio si è umiliato nella creazione dell’uomo, si è fatto piccolo, perché voleva elevare l’uomo, non perché Dio aveva bisogno dell’uomo, ma voleva comunicare il suo amore all’uomo, per questo lo ha creato, ha continuato ad amarlo anche quando si è allontanato ed ecco l’umiliazione meravigliosa, direi stupenda. Solo Dio lo poteva fare, solo Dio poteva umiliarsi, fino a farsi uomo, ha annientato se stesso per prendere forma di uomo, per poter offrire se stesso sulla croce, per la salvezza dell’umanità.

Questo è il più alto grado dell’umiltà. Non aveva peccati, ma la sua umiltà non lo portava a glorificarsi per i doni avuti perché era Dio, ma lo portava ad umiliarsi, a mettersi accanto all’uomo, per elevarlo e renderlo nuovamente figlio di Dio. L’umiltà, quindi, è la molla per la salvezza, per l’elevazione dell’umanità, quanto più si è umili tanto più si contribuisce ad elevare la società, ad elevare l’uomo per vivere in una società veramente umana, solidale, fraterna. Se noi cristiani, come hanno fatto tanti santi, come ha fatto anche suor Alfonsa, veramente viviamo la nostra fede nell’umiltà, potremmo rinnovare la società di oggi. Non lo facciamo perché anche noi ci facciamo prendere dalle invidie: <<…quello deve diventare capo ufficio… ma non lo devo diventare io… allora contrasto il suo percorso, magari con mezzi illeciti perché..>>, l’umiltà dice: <<sì, se mi danno quella carica io la piglio, è giusto, la metto al servizio degli altri, c’è un contendente? Mi ritiro, lo faccia lui>>. 

Non c’è nessuna difficoltà, per amore del fratello, l’umiltà è un atto di amore, altrimenti, come ho detto, se l’umiltà non è amore, non è umiltà. 

Ecco che allora possiamo comprendere quello che Gesù compie, come ci dice il Vangelo di oggi. Gesù chiede che gli uomini dicono che sia il figlio dell’uomo. Essi rispondono osannandolo come uomo, le risposte date di un profeta, di un gran uomo, di un trascinatore, ma non sono sufficienti. Ma quando dice: ma voi chi dite che io sia? Ecco la risposta di Pietro: tu sei il Cristo, il Figlio di Dio benedetto, e Gesù, chiaramente nota: “non te l’ha rivelato l’uomo, non te l’ha rivelato nessuno, ma te l’ha rivelato il Padre mio che è nei cieli, non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma hai potuto dire quello che hai detto perché te l’ha rivelato il Padre”. Per questo, poi, Dio vuole affidare a Pietro la guida della Chiesa e gli chiede: <<Pietro, mi ami tu?>>. Gesù glielo chiese per tre volte, proprio, per suscitare in lui l’attenzione, l’importanza di questa richiesta, l’importanza della vita di amore, per questo, gli ha affidato il compito di essere la guida della Chiesa, il capo della Chiesa, ma di vivere questo compito con amore, con umiltà, mettendosi al servizio di tutti gli uomini; per cui il papa viene chiamato il Servus Servorum Dei, il servo dei servi di Dio!

Io mi auguro che questo nostro convenire questa sera, che questa nostra Celebrazione possa servire per pregare, sì, la nostra sorella suor Alfonsa, perché possa essere presto proclamata beata, ma possa servire anche a noi per metterci nella via della santità attraverso l’umiltà e l’amore. 

Messina, 23 Agosto 2014

 

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