L'Osservatore Romano - 2004 - Suor Maria Alfonsa di Gesù Bambino Ancella Riparatrice

L’Osservatore Romano – 2004

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Monsignor Francesco Sgalambro vescovo di Cefalù
UN PRESSANTE ED EFFICACE RICHIAMO ALL’AMORE, CHE SI DONA E RIPARA
a cura di Mons. Francesco Sgalambro

Sentir parlare di sofferenza, come sentir parlare di morte, non piace. Oggi più che mai. A meno che non si tratti di spettacolo, che alcuni trovano persino divertente. Non certamente tra persone educate. Della sofferenza e della morte, tra persone per bene, si fa rimozione. 

Anche tra i credenti, spesso, molto spesso, è così. Gesù ha detto chiaramente:

<<Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua>> (Mt 18,24),

ma per tanti, che pur ci tengono a dichiararsi cristiani, “questo linguaggio è duro” ed – è stato notato – la parola sacrificio, alcuni decenni fa abituale nella vita delle famiglie, ora è scomparsa. 

C’è molto da dire, purtroppo, anche sul modo in cui è tenuto presente ed è influente quell’altro decisivo esame al quale tutti saremo immancabilmente sottoposti:

<<Venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…>> (Mt 25,24-46)

Basti pensare ai frequenti e diffusi fenomeni di indifferenza, egoistiche e spietate chiusure, disumane discriminazioni nei riguardi della fame nel mondo, di immigrati e, persino, di stragi di intere popolazioni!


Naturalmente è doveroso riconoscere che, un po’ dovunque nella Chiesa e nel mondo, si possono ammirare molte e splendide eccezioni. Come non ricordare, per il nostro dovere primario di carità, nel servizio ad ogni sofferenza, gli innumerevoli esempi luminosi di dedizione fino all’eroismo?

Per l’attenzione alla morte meritano di essere ricordate le tradizioni di interessamento, cura e preghiera per i defunti, ancora molto vive nel nostro popolo, specialmente nelle confraternite. E’ vero che per le confraternite oggi appare necessaria una impegnativa e saggia cura pastorale, ma non si può non mettere in evidenza la loro testimonianza di fede e di pietà umana e cristiana. 

Fra tutte le molte e splendide eccezioni, alle quali sopra accennavo, esige un particolare risalto il culto al Crocifisso ed alla Liturgia della Passione e Morte del Signore il Venerdì Santo. In Sicilia – ma credo anche altrove – questo culto è “vissuto” con intensa ed affettuosa devozione e, spesso, da grandi folle.

Ne sono testimone per averlo visto con i miei occhi e con viva emozione e profonda ammirazione in questa diocesi di Cefalù, come nella mia diocesi di origine: Messina – Lipari – S. Lucia del Mela. 


Che cosa dire dell’estensione e dell’efficacia di queste “molte e splendide eccezioni”?

Per quanto ci sia dato di poter costatare, non credo che si possa essere ottimisti e che si debba correggere la presentazione degli atteggiamenti abituali della società odierna, anche credente, nei riguardi della sofferenza e della morte, esposta inizialmente. 

Anzi, se si cerca di andare alla radice, si scopre che anche per i cristiani più impegnati è troppo difficile percepire nel progetto salvifico di Dio il legame con la sofferenza e la morte e il suo amore immenso, “riversato nei nostri cuori” (Rm 5,5) – quell’amore le cui “vampe son vampe di fuoco” (Ct 8,6-7). Difficile percepirlo, in molti c’è la convinzione, talora chiaramente espressa, che sia assolutamente impossibile accettarlo e viverlo, pur con l’aiuto certo della grazia divina. 

Dobbiamo essere sinceri: è proprio qui più che altrove che sperimentiamo che i nostri “pensieri non sono” di Dio e che le nostre “vie non sono le vie” sue (Is 55,8).


La stessa sincerità esige che confessiamo di capire la reazione di San Pietro, quando “Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno”, e che anche noi ci sentiamo portati ad agire come san Pietro, che trasse in disparte Gesù e cominciò a protestare dicendo: <<Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai>> meritando così lo stesso rimprovero di Gesù: <<Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini>> (Mt 16,21-23).

Queste osservazioni e riflessioni mi convincono dell’opportunità delle celebrazioni del decimo anniversario della morte di suor Maria Alfonsa Bruno delle Ancelle Riparatrici del Sacratissimo Cuore di Gesù. 

Sono grato agli Organizzatori, perché così la splendida testimonianza di suor Maria Alfonsa, che ho conosciuto a Messina, quando ero lì vescovo ausiliare, sia largamente irradiata. 

Ritengo, infatti, che illuminerà, incoraggerà e sosterrà nell’accogliere, in tutte le sue esigenze e nelle sue diverse dimensioni, il legame della sofferenza e della morte nel progetto salvifico di Dio, con il suo amore immenso per noi ed in noi, e faccia comprendere che la forza prodigiosa della grazia divina non mancherà mai a nessuno nel portare la propria Croce, seguendo Gesù. 


Suor Maria Alfonsa di Gesù Bambino – Elena Bruno – è nata il 10 aprile 1937, ed è morta il 23 agosto 1994, dopo 33 anni di malattia, 21 dei quali sulla sedia a rotelle, sempre con atroci sofferenze. 

Nell’apprendere questi dati, viene spontaneo in chiunque abbia sentimenti umani e cristiani di compassione esclamare: “Poverina!”. Può seguire interessamento e comprensione per quella esistenza lacerata dal dolore, ma ben presto tutti, anche i credenti, sono tentati di andare oltre, di occuparsi di ben altro. 

E’ così per ogni persona, che sia vissuta o viva in quelle condizioni, ma per suor Maria Alfonsa c’è qualcosa di imprevisto ed imprevedibile, che costringe la persona intelligente ed attenta che voglia capire a captare bagliori di una realtà che supera il limite umano ed a indagare e, magari, a ricercarne l’origine. 

E’ il paradosso di una creatura umana su cui si riversano, inesorabili, anni ed anni di atroci sofferenze senza che, verso di essi, si scateni in lei quella impazienza, fino alla disperazione, che è umanamente comprensibile in questi casi, ma, al contrario, ci sia per essi una convinta, ribadita, accettazione e più ancora una gioia, umanamente incomprensibile, manifestamente sovrumana. 


Chi è illuminato dalla fede non può aver dubbi. Nell’esistenza sempre dolorante ed insieme sempre gioiosa di suor Alfonsa scorge subito la potenza dello Spirito e la disponibilità radicale e totale alla sua azione, il luminoso eroismo cristiano di chi si lascia afferrare e sconvolgere dalla forza prodigiosa della Grazia. 

Tutti abbiamo da imparare non solo dallo splendore di questa testimonianza, ma anche dal quel suo “Credo al dolore”, sintesi sorprendente e sfolgorante di tante verità della nostra fede, che non dovrebbero mai essere dimenticate – “Sine sanguinis effusione non fit remissio”, “Senza effusione di sangue non vi è remissione” (Eb 9,22 Nuovissima versione italiana) – la necessità della via della Croce, il valore salvifico del dolore, come purificazione, riparazione, conformazione a Cristo Gesù…


“Credo al dolore come dono di Dio… al suo immenso valore, perché Gesù stesso lo ha usato come sublime atto d’amore e di riparazione… accettato come mezzo di salvezza e di santificazione per sé e per gli altri… profumato dall’incenso della preghiera, che apre i cieli e consola il cuore di Dio… come arma potente per l’apostolato… ha la potenza di fare scendere sulla terra una rugiada salutare per le anime vicine e lontane… che matura e fa crescere l’anima in sapienza e luce. Credo alla potenza del dolore che fa vivere l’anima in continua umiltà ed annientamento. Credo al dolore, come crescita di amore e donazione a Dio ed ai fratelli… come mezzo per distaccarsi da tutto ciò che dice terra e fa vivere nella beata attesa del cielo… che fa vivere in buona amicizia con sorella morte… come potente arma per disarmarci nei tanti contrasti e spine della vita, perché ci fa pensare: tanto ci starò così poco sulla terra! Amen. Alleluia!”


Dobbiamo essere grati a questa umile e nascosta Ancella Riparatrice del Sacratissimo Cuore di Gesù, perché con questo suo “Credo al dolore” e, soprattutto, con il suo ininterrotto aprirsi e donarsi al dolore salvifico, ci offre in questo nostro tempo, in cui si è sommersi dagli idoli seducenti del benessere, delle chiusure egoistiche, dell’affermazione del proprio io, del piacere a qualunque costo, dell’odio e della violenza e di tanti altri, l’incoraggiamento ad abbracciare la propria croce, che non manca mai nella vita di ognuno, perché una vita cristiana senza la croce, senza l’accettazione e la gioia della croce, è un assurdo, non esiste; l’invito ad affidarsi a Cristo Gesù, alla sua Provvidenza, che non delude mai nessuno ed alla forza possente della sua grazia, per la quale ognuno può dire, come S. Paolo: “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4,13); il richiamo all’amore immenso di Dio per noi ed in noi, di cui Gesù ci ha detto: <<Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” (Lc 12,49).

Cefalù (PA), 23 Luglio 2004

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